Coronavirus | Andrea, siciliano in Spagna

Fonte: https://www.hotelsorollacentro.com/en/hotel-for-fallas-in-valencia/
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Parla Andrea Lo Piccolo, un ragazzo siciliano in Spagna che ha iniziato la sua quarantena volontaria quando ancora Valencia pensava a celebrare la Las Fallas.

E’ chiaro che per lui l’allarme ai cittadini è arrivato “TROPPO TARDI” come si evince nell’intervista.

  • Dove ti trovi in questo momento?

Mi trovo a Valencia in Spagna, ma personalmente è un bel po’ che mi trovo all’estero.

  • Da quanto tempo sei all’estero e perché sei lì?

Prima di questo Erasmus ne ha svolto uno in Polonia della durata di 5 mesi e dunque a luglio 2020 sarà un anno e mezzo che vivo all’estero spostandomi di Paese in Paese.

In Spagna, in particolare, sono arrivato i primi giorni di settembre 2019.

  • Da quando è iniziato l’allarme per il Coronavirus? Come sei stato informato?

Qui l’allarme per il coronavirus è stato dato TROPPO TARDI, quando già in Italia la gente moriva e si ammalava con grande facilità e frequenza.
Da questo punto di vista, la Spagna  rispetto all’Italia ha un ritardo di almeno due settimane.


Il sistema politico qui è differente da quello italiano, per cui quando a Madrid i contagi aumentavano e le scuole venivano chiuse, la regione autonoma di Valencia decideva di non curarsi di ciò (ritenendo la capitale un’ area circoscritta e comunque distante) e continuare a farci andare a lezione nonostante la morte di un anziano in città, un professore della mia facoltà trovato positivo al coronavirus (era stato a Madrid e si sosteneva avesse avuto gli ultimi contatti con alunni e personale a dicembre 2019) e altri due studenti della stessa università.

Il ruolo chiave lo ha giocato “Las fallas” un’importantissima festa regionale e cittadina che ogni anno attira turisti da tutta Spagna e dal mondo. Si stima che la seconda popolazione più presente a questa festa tradizionale sia quella italiana.

Mentre dunque tra studenti ci si passavano articoli di giornale e misure prese dalla città di Madrid, le autorità locali ci “rassicuravano” che i servizi universitari sarebbero stati erogati con regolarità (quindi ancora lezioni) e che ormai era questione di tempo prima che l’università chiudesse per celebrare questa festa.

Insomma, a quel punto era palese che l’università (probabilmente pressata dalle istituzioni locali) stava prendendo tempo per chiudere e per evitare che la chiusura prima del tempo dell’università potesse portare a un annullamento della festa tradizionale.

I timori si dimostrano fondati quando il sindaco di Valencia dichiara, con una certa sicurezza e brutalità, che Las fallas non verrà rinviata per un virus perché sul piatto ci sono troppi soldi e il comune non è disposto a perderli.

A quel punto gli studenti Erasmus si allarmano e capiscono che le istituzioni non intendono tutelare la salute dei cittadini pur di non rinunciare a una festa. Cominciano così le dissertazioni delle lezioni. Gruppi di studenti capitanati da noi italiani cominciano ad assentarsi dalle lezioni, limitando la presenza a solo quelle con obbligo di firma.

Intanto a Madrid la situazione precipita (erano state chiuse le scuole ma non i trasporti pubblici o i confini della città) e aumentano i casi anche a Valencia.

La Regione di Murcia decide di autoisolarsi perché un signore positivo a coronavirus aveva affrontato un viaggio in treno da Madrid  a Murcia  e lì era addirittura svenuto per complicanze dovute al COVID-19.

Il contaggio aumenta anche in altre regioni e città. Madrid a questo punto si vede costretta ad affrontare il problema di petto e si impone a livello governativo chiudendo il traffico aereo specialmente dall’Italia.

Las fallas viene rinviata dal governo. Gli spagnoli capiscono che la situazione è grave e cominciano ad assaltare i supermercati.
L’università chiude qualsiasi servizio (anche quello sportivo all’aperto) e il governo dichiara lo stato d’allarme.

Ogni città adesso è blindata e vige l’imperativo categorico di stare a casa ed uscire solo per lavoro (per quelle attività non chiuse), spesa e medicine. Insomma la Spagna adotta il modello italiano.

  • Come vivi le giornate?

Per fortuna vivo con la mia ragazza, con la quale condivido in maniera più dolce questa disavventura. Abbiamo deciso di affiggere un cartello in cui ci dichiaravamo disponibili a fare la spesa per i condomini che avevano difficoltà ( vivo in un quartiere prevalentemente anziano).

Nessuno si è fatto sentire (sono tutti chiusi in casa comprensibilmente) tranne una signora che è costretta a lavorare e che apprezzando il gesto ci ha portato, per ben due volte, il pane fresco. Ma in generale posso dire che, oltre a questa bella esperienza personale e di vita, gli spagnoli si sono dimostrati subito solidali nei confronti degli italiani e anzi, ci hanno pure emulato nelle nostre iniziative canterine nei balconi mettendo un po’ di brio e allegria alla routine che siamo costretti a vivere.

Qui tutto sommato la situazione è stabile anche se surreale. A orari definiti ci si affaccia sul balcone e si applaude ai medici che sono in prima linea per sconfiggere il virus. I medici sono eroi anche qui, questo ci tengo a sottolinearlo visto che spesso siamo per scontato il loro lavoro.

  • Da quando avete preso le misure di sicurezza?

In virtù di questo mi trovo da ormai più di una settimana in quarantena. Dico più perché leggendo la situazione e avendo il precedente storico dell’Italia avevo deciso prima dei comunicati governativi di autoisolarmi.

  • Che ha fatto il governo per i suoi cittadini?

Nonostante il ritardo il governo ha agito con fermezza e ha disposto anche i militari per le strade. Gli spagnoli hanno reagito abbastanza bene e con filosofia.

  • Ti sono stati dati dispositivi di sicurezza?

Vorrei precisare che non ci sono stati dati strumenti di protezione (mascherine o guanti) ed in fin dei conti è meglio così visto che non siamo medici, non siamo positivi e comunque siamo giovani (meglio dare questi oggetti a chi ne ha davvero bisogno).

Quantificare il contagio a Valencia non è facile. So che è uno dei centri più infetti e il virus ha colpito trasversalmente tutti: dal cittadino al calciatore passando per quei politici che avevano sottovalutato il problema.

  • Come è organizzata l’università? Come affrontate le lezioni universitarie?

L’università si sta attivando adesso per somministrarci ugualmente la didattica, ma al momento sono un po’ disorganizzati poiché la situazione è nuova ed eccezionale per tutti. Qualche professore ci ha comunicato che faremo lezione “via chat” in una sezione apposita del sito dell’università (so che anche in Polonia faranno così), altri invece ci faranno lezione attraverso “blackboard” una piattaforma simil-Skype o Teams (che stiamo utilizzando in Italia).

  • La gente del luogo che atteggiamento ha nei confronti del problema? E verso gli italiani?

Peraltro mi aspettavo episodi di razzismo nei miei confronti visto che da un po’ di tempo le persone mi chiedevano come stesse la mia famiglia in Italia (sapendo fossi italiano) mentre altri ci scherzavano su dicendo che potessi avere il coronavirus. Tuttavia qui ho imparato l’umanità e la solidarietà.

  • Cosa intendi fare nei prossimi mesi?

Mi sono sentito con molti italiani (anche per me sconosciuti) attraverso i canali di Erasmus Networks e siamo tutti dell’idea che la cosa più saggia sia rimanere qui. Non vogliamo di certo attraversare l’Europa rischiando di prendere il virus per poi spargerlo per tutta Italia. Da questo punto di vista ringrazio il lavoro della Farnesina che ha provato a rimpatriarci anche se mi dichiaro deluso da come ha agito sia per tempi che per modalità. Tempi e modalità neanche sufficienti oltre che in contrasto con l’azione di governo volta ad arginare il contagio.

  • Ti senti sicuro dove ti trovi?

In definitiva qui mi sento a casa e, a parte la fisiologica mancanza dei miei familiari.

  • Vorresti tornare in Italia?

Non desidero tornare visto che comunque la situazione in Italia è critica e vorrei evitare di peggiorarla. Le mie giornate passeranno anche qui, tra lo studio, un libro, un film e la dolce compagnia della mia ragazza.

Mi permetto di mandare un messaggio ai miei connazionali : la preoccupazione è normale ma non abbiate paura, se rispettiamo la quarantena e resistiamo per queste settimane, torneremo a vivere meglio apprezzando la socialità vera e la presenza delle persone intorno a noi (differentemente da come i social ci hanno abituati all’isolamento). In bocca al lupo a tutti e abbiate coraggio.

Hai letto le altre interviste? Che aspetti?

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Flavia Barbera

Nata e cresciuta a Palermo ho avuto l’opportunità di scoprire e conoscere una città piena di storia dell’architettura e influenze di popoli diversi che hanno avuto una grande influenza su di me.

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